«Ora, vivo, trionfa»

Il mistero della morte alla luce della Sacra Scrittura

Da’, o Signore, a ciascuno la sua morte. / La morte che fiorì da quella vita, / in cui ciascuno amò, pensò, sofferse. Le parole della preghiera del poeta R.M. Rilke esprimono con grande efficacia la concezione biblica della morte. «Ora, vivo, trionfa»Tutta la Bibbia è percorsa, infatti, dalla certezza che la morte, in quanto compimento, fioritura della vita dell’uomo, è – proprio come la vita stessa – una realtà di cui l’uomo non può disporre autonomamente, in quanto l’uomo è costitutivamente rapporto con Dio. Qui si trova la radice della sacralitàed intangibilitàdella vita dell’uomo: «La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine» (cf. Donum vitae, intr. 5; cit. in Cat. Chiesa Catt., n. 2258).

La definizione più autentica dell’io dell’uomo biblico è, infatti, la seguente: io sono Tu che mi fai essere. Il “Tu” di cui si parla è Dio stesso, il Mistero che è all’origine di tutto. Poiché Dio entra nella definizione di ciò che è umano, la pienezza dell’umano – la sua verità e la sua libertà – è data dall’obbedienza a Dio, obbedienza che ha la sua prima e più evidente espressione nella libera accoglienza della dipendenza creaturale da Lui (qui si trova la radice feconda dell’umiltà). Su questa linea, il compimento della vita, la morte, non può essere concepito in nessun modo come una realtà che l’uomo si dà da sé ma, al contrario, come qualcosa che egli riceve da Dio.

Non che la Bibbia affermi che la morte sia stata voluta direttamente da Dio. L’Altissimo non ha creato la vita e la morte come due realtà contrapposte. Dio è, infatti, «amante della vita» (cf. Sap 11,26), è il Dio della vita (cf. Sap 1,13; Sal 18,47; Gs 3,10; Ger 10,10) e tutta la Creazione è frutto del suo amore per la vita. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo (cf. Sap 2,23-24) ed a causa del peccato dell’uomo. Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1008: «La morte è conseguenza del peccato. Interprete autentico delle affermazioni della Sacra Scrittura e della Tradizione, il Magistero della Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo. Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato».

Proprio perché estranea al progetto originario di Dio sulla sua creatura, l’uomo percepisce la morte come una realtà angosciante, contraddittoria, ultimamente incomprensibile. Il desiderio più potente che è nel cuore umano è, infatti, il desiderio di vivere, anzi di vivere con Dio: «il desiderio di vivere è sempre, per l’uomo biblico, il desiderio di essere-con-Dio» (cf. A. Bonora, «Morte», Nuovo Diz. di Teol. Biblica, p. 1017). È per questa ragione che l’angoscia dinanzi alla morte, nella Bibbia, non sfocia nella disperazione, ma si apre sempre alla preghiera, al grido rivolto al Dio della vita, perché si prenda cura del destino della sua creatura (bellissima a tale riguardo l’invocazione del Dies irae: Gere curam mei finis, cioè: prenditi cura, o Signore, del mio destino).

Difatti, la Bibbia è percorsa dalla lucida consapevolezza che, anche se la morte non è stata voluta direttamente da Dio, essa non sfugge al suo potere. Quando si dice che Dio «fa morire e fa vivere» «Ora, vivo, trionfa»(cf. Dt 32,39; 1Sam 2,6; 2Re 5,7; Sal 30,4; Tb 13,2; Gc 4,12) si mette in luce che la morte non è una divinità indipendente dal volere dell’Altissimo (come nella mitologia cananaica) ma una realtà soggetta al suo dominio. Proprio nella certezza che con il morire non si cade nelle mani di un’altra divinità, ma si rimane in relazione con YHWH, il Dio dell’Alleanza, si trova già nell’Antico Testamento il germe della speranza nella vita eterna, cioè in una relazione di comunione con Dio che duri per l’eternità e che compia il desiderio di vita che è nel cuore dell’uomo (cf. A. Bonora, «Morte», p. 1013).

Questo germe di speranza giunge a compimento nella Pasqua di Cristo. Il Figlio di Dio, il Logos incarnato, accetta liberamente di entrare nel Mistero della morte per liberare l’uomo dal dominio della stessa e dargli in dono la vita eterna. Affiorano alla memoria le parole del Victimae paschali: Morte e vita / si sono affrontate in un mirabile duello. / Il Signore della vita era morto; / ma ora, vivo, trionfa.

Vivendo la morte come atto d’obbedienza amorosa al Padre, Cristo ha vinto la morte, non semplicemente eliminandola, ma assumendola e con ciò trasformandola dal suo interno. Alla luce dell’Avvenimento pasquale di Cristo e della sua Signoria sul tempo e sullo spazio, ormai della morte resta solo il sembiante: «La morte mantiene la sembianza (sembiante) di morte, cioè la sua tragica laidezza: tutto di noi e in noi si ribella a questo dato. E, tuttavia, sotto questa sembianza si nasconde la vera vita perché, nella morte/resurrezione di Gesù, alla morte è stato strappato via il pungolo velenoso. Essa non è più un cadere nel nulla, un puro perire, ma è vera nascita nell’abbraccio eterno del Padre» (cf. A. Scola, “Guariscimi e rendimi la vita” (Is 38,16). Salute e salvezza: un centro di gravità per la medicina (Siena 1999), p. 23).

Incorporato a Cristo nel Battesimo, il cristiano è posto in comunione sacramentale con la morte e la Resurrezione di Cristo: «Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente “morto con Cristo”, per vivere una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo “morire con Cristo” e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore» (cf. Cat. Chiesa Catt., n. 1010).

In forza della comunione con Cristo risorto sperimentata nel qui ed ora della fede, il cristiano guarda con speranza e fiducia alla morte e sa di poterla (è la libertà ad essere interpellata dalla Grazia) ricevere dal Dio della vita come il compimento dell’esistenza terrena e la fioritura della vita eterna. Tutto questo nella certezza che il destino di Cristo, il suo destino di morte e resurrezione è anche il destino di tutti coloro che gli appartengono.

d. Cesare Mariano

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