“Deus Caritas Est”

La prima Enciclica di papa Benedetto XVI: aspetti filosofici e morali

Papa Benedetto XVILa prima enciclica di S. S. Benedetto XVI non ha il tono di una lettera programmatica, ma si addentra nel tema specifico della vita cristiana di ogni tempo: l’amore. Essa intende far comprendere la grande affermazione di 1 Gv 4,16, «Dio è amore». La prima parte è più speculativa, in quanto entra sui dati essenziali dell’amore di Dio e dell’amore in generale; ad essa segue una seconda dal carattere più concreto, poiché presenta l’esercizio ecclesiale del comandamento dell’amore per il prossimo nel mondo di oggi. Tra le due parti vi è una profonda unità.

Benedetto XVI attinge ai significati della cultura classica del termine amore e li pone in relazione alla novità del messaggio biblico. Per una schematica comprensione della questione esistono tre distinte modalità di amare. Le tre si compenetrano, si condizionano, influiscono tra loro reciprocamente. Tuttavia nella prima prevale l’aspetto del contatto fisico, della relazione carnale; nella seconda è prevalente l’empatia, l’affinità, in una parola l’amicizia1; l’agape invece è la disponibilità a “dare la propria vita per l’amato”. È l’amore di Dio per l’uomo, modello dell’amore perfetto.

Nel Nuovo Testamento non si trova il termine eros, ma si privilegia il termine agape, e negli scritti giovannei anche il termine philia (amore di amicizia). «La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova visione dell’amore che si esprime attraverso la parola agape, denota indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio a riguardo della comprensione dell’amore». Questo fatto è stato giudicato in maniera assolutamente negativa da autori dell’epoca moderna secondo i quali il cristianesimo avrebbe avvelenato l’eros rendendo «amara la cosa più bella della vita» (n. 3). In realtà il cristianesimo non ha distrutto l’eros, bensì la sua deformazione. Sottolinea infatti l’enciclica che l’eros non è stato rifiutato come tale, ma in quanto «falsa divinizzazione», che «lo priva della sua dignità, lo disumanizza», come avviene nella prostituzione sacra, in cui «l’eros ebbro e indisciplinato non è ascesi verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione, per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende» (n. 4). Tale purificazione si attua quando «corpo e anima si ritrovano in intima unità» e l’eros non viene degradato a merce di scambio. L’apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio contro la corporeità. La fede cristiana – accusata di essere avversaria della corporeità – «al contrario ha considerato l’uomo sempre come essere uni-duale; nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così una nuova nobiltà» (n. 5).

L’unione delle due dimensioni dell’amore, eros e agape, si realizza nelle immagini di Dio e dell’uomo che ci presenta la Bibbia. Per la fede biblica, Dio non solo è il Creatore, ma ama l’uomo, mentre per la filosofia greca Dio muove il mondo, ma non ama l’uomo. «L’unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo (è inclusivo, cioè ama uno per il bene di tutti, mai esclusivo): fra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama, con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l’intera umanità. Questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros (come nelle metafore di Osea ed Ezechiele). Ma «l’eros di Dio per l’uomo è insieme totalmente agape, non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama talmente l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore» (n. 10). L’eros-agape di Dio nell’Antico Testamento trova la sua forma piena e definitiva nella persona di Gesù: in lui, «Dio stesso insegue la “pecorella smarrita”, l’umanità sofferente e perduta. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo. Il fianco squarciato di Cristo dà luce al punto di partenza di questa lettera enciclica: “Dio è amore”. E’ lì che questa verità può essere contemplata» (n. 12).

L’amore di Dio per l’uomo è visibile in Cristo: nell’Eucaristia e nella sua morte sulla croce si manifesta l’amore incarnato di Dio. Qui nasce la Chiesa, che è una «comunità d’amore». Così il compito specifico della Chiesa nella storia umana è il «servizio della carità». «L’amore del prossimo, radicato nell’amore di Dio, è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato» (n. 20). Questo principio ha avuto attuazione nella Chiesa primitiva con l’istituzione dei diaconi, con la carità verso le vedove e gli orfani, verso i carcerati, i malati e i bisognosi di ogni genere» (n. 22).

«La carità è per la Chiesa [assieme alla catechesi e alla liturgia] espressione irrinunciabile; inoltre la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa imponendo l’universalità dell’amore che si volge verso il bisognoso incontrato “per caso”» (n. 25).

La seconda parte dell’enciclica risponde a un’obiezione, sviluppata soprattutto dal pensiero marxista, contro l’attività caritativa della Chiesa. I poveri avrebbero bisogno non di opere di carità, ma di giustizia. Le prime sarebbero per i ricchi un modo di sottrarsi all’instaurazione della giustizia e per acquietare la coscienza, conservando le proprie posizioni e frodando i poveri dei loro diritti. Invece di promuovere opere di carità, occorrerebbe creare un giusto ordine, nel quale tutti ricevono la loro parte di beni del mondo, ovviando al bisogno stesso di carità.

Questo modo di vedere le cose ha alla base l’eterna contrapposizione tra legge e libertà. L’amore è frutto della libertà e perciò non può essere imposto da una legge, seppure di origine divina. Ma al Papa non sfugge questo dato di fatto. La legge e la giustizia spettano allo Stato, ma la legge nuova2 di cui la fede per mezzo della Scrittura si fa carico è di un altro genere. Essa è la legge perfetta della libertà, (Gc 1,25). Non si ama perché Dio lo vuole o per conseguire un premio da lui, bensì si ama come Dio stesso ama, e in questo amore non esiste conflitto fra ciò che impone la legge e ciò che invece propone la mia libertà. Perciò l’amore e la misericordia sono alla base dell’adesione alla fede cristiana, senza se e senza ma. Al contrario la promozione di un ordine giusto della società, che sia tematizzato dalla legge spetta allo stato e ad esso solo3. Non vi è così conflitto tra giustizia dello stato e carità cristiana.

Due sono le conseguenze prioritarie in relazione al rapporto Chiesa – mondo politico nella definizione di ciò che è servizio della carità e ciò che è servizio per la giustizia..

La prima: «Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica», non della Chiesa, per la distinzione tra Stato e Chiesa che appartiene «alla struttura del cristianesimo». In realtà, «la giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica»; ma «la politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica» (n. 28). E così «la fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. E qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa essere riconosciuto e anche realizzato» (ivi). In realtà, «la dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano».

La seconda conseguenza è che «l’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e aiuto » (ivi).

Non essendo in conflitto alcuno con gli stati «le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura». (n. 29).

Facciamo dunque nostre due indicazioni in particolare. Innanzitutto la giustizia è compito centrale della politica; ma la Chiesa può contribuire a purificare la politica quando vive un accecamento etico, derivante dal prevalere dell’interesse e del potere. Compito della Chiesa è la formazione della coscienza nella politica. In secondo luogo l’attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti e da ideologie; non deve essere mai un mezzo per raggiungere altri scopi, anche apostolici; e va alimentata con la preghiera.

Don Domenico Baccelliere

Note:

1 Cfr. Cicerone, L’amicizia, o anche Aristotele, L’etica a Nicomaco, libri VIII e IX, dove si distingue tra diverse tipologie di amicizia che è “l’insieme delle disposizioni morali e affettive dell’individuo verso i suoi simili”: per interesse, per utilità, e infine quella più pura, quella disinteressata, cioè fondata sul bene, rara ma esistente.

2 Cfr. Tommaso d’Aquino, S. Th., I/II, qq. 106-108.

3 Cfr. In questo quadro la Chiesa si è mossa nel corso della storia solo come una supplente: se lo stato non garantiva il servizio alla gioventù lo ha fatto la Chiesa, se non garantiva l’assistenza sanitaria ecco il sorgere degli ordini ospedalieri, e così via fino ad oggi. Dove svolge ora la Chiesa una attività di supplenza? A mio modo di vedere nel servizio alla vita umana nascente e malata, che dalla legislazione dello stato viene spesso sacrificata.

Un pensiero su ““Deus Caritas Est”

  1. michele casale

    Ringrazio l’autore per ciò che ha scritto a commento dell’enciclica, per la visione d’insieme che ha della realtà ecclesiale e per il fatto che in tutto ciò mi sento a lui agapicamente relazionato.

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