Ricordato a Cancellara Don Peppino Libutti a 35 anni dalla sua morte.

La testimonianza di Don Giuseppe Greco.

Quando mi è stato proposto di curare questa edizione in ricordo di Don Peppino Don PeppinoLibutti ho accettato senza esitazione, contento che una figura così emblematica non solo per Cancellara ma anche per tutta la diocesi fosse riproposta all’attenzione, all’ammirazione e – quel che più conta – alla imitazione di presbiteri e semplici fedeli.

Questa pubblicazione pare richiesta e quasi esigita da due circostanze: ricorre quest’anno il 50° dell’apertura, in Cancellara, della Casa della Carità, decisamente voluta, sostenuta da Don Peppino Libutti e, inoltre, quest’anno si celebra, in tutta la Chiesa, l’Anno Sacerdotale voluto da S. Santità Benedetto XVI per ricordare il 150° anniversario del pio transito di S. Giovanni Maria Vianney, comunemente denominato il Santo Curato d’Ars, che è il protettore di tutti i parroci della Chiesa cattolica.

Due circostanze che ben si intonano con la vita, le scelte di fondo, le caratteristiche essenziali dell’ apostolato svolto, nella santità di vita, di Don Peppino Libutti.

La Casa della Carità, come si dirà più dettagliatamente in questa pubblicazione, fu la espressione della carità di Don Peppino: nelle nostre Comunità, occorre dirlo ad onore delle nostre popolazioni fondamentalmente religiose, gli anziani sono venerati e convenientemente assistiti, ma a Don Peppino non sfuggiva la penosa situazione di persone sole e, conseguentemente, prive di quell’assistenza necessaria ed indispensabile richiesta dall’età. Di qui la creazione, nel lontano novembre del 1959, della Casa della Carità ove, ovviamente, era visibile e quasi tangibile la carità di un presbitero e parroco che del “comando”1 del Signore aveva fatto lo scopo della sua esistenza. Iniziò così una piena armonizzazione della sua vita di presbitero, totalmente disposto all’unica appartenenza a Cristo, unico, sommo ed eterno sacerdote e il “farsi prossimo” con persone semplici ed umili, bisognose di cura e di affetto. Don Peppino aveva imparato la lezione del “servizio” dall’atteggiamento del Signore il quale, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, ammonisce: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,15). Per tale meritoria opera a servizio degli ultimi Don Peppino non alzava la voce, non invocava aiuti e sovvenzioni, non faceva conoscere nei paesi circostanti la sua attività in “servizio” delle persone sole e, in qualche modo, bisognose di aiuto. E, quel che più conta, non si è arricchito con lasciti e proprietà degli ospiti della Casa della Carità. Povero per scelta, è rimasto povero! Anzi, se poteva — e risulta con sicurezza —aiutava certe situazioni che reclamavano il suo provvidenziale intervento.

Don Peppino era l’uomo della carità. Una carità non si fermava alla Casa per gli anziani. Quando la carità è presente non è limitata e circoscritta ad un solo settore. Né una carità che pesa e misura ciò che elargisce, convinto che, senza di essa, ogni costruzione è destinata al crollo. La sua era una carità senza finzioni: la sincerità traspariva dal suo volto, a volte teso, ma non per problemi personali ma unicamente per vedere e toccare con mano che la Legge del Signore non era sempre rispettata e il Giorno del Signore non sempre santificato!

Una carità tenera ma non chiassosa aveva con i fanciulli i quali, dopo i primi contatti, si accorgevano di trovare in Lui tanta comprensione e infinita tenerezza.

Personalmente ricordo la carità che aveva con i confratelli nel sacerdozio: si avvicinava a loro, discretamente, come chi teme di dar fastidio, ascoltava le confessioni di molti di noi che lo consideravamo come un luminoso punto di riferimento nella vita presbiterale.

Per questa testimonianza di carità autenticamente evangelica non finiremo mai di ammirare e ringraziare…

La carità di Don Peppino era sostenuta dalla umiltà. Era difficile sentire da quelle labbra discorsi altisonanti o una fastidiosa cascata di parole vuote e prive di senso che indulgessero a discorsi conditi con termini od espressioni dotte, pur avendo una cultura sicuramente al di sopra della media. Aveva conseguito il dottorato in Teologia e, se gli impegni pastorali gli avessero concesso maggiore spazio, avrebbe anche completato gli studi di Lettere e conseguito il dottorato presso l’Università degli studi a Pisa.

Ma Don Peppino preferiva il linguaggio usato da Gesù nel Vangelo. Il suo periodare era semplice, sobrio, essenziale e, soprattutto, evangelico; era solito esprimersi con un linguaggio gentile anche se, a volte, nascosto da un atteggiamento apparentemente duro; ma un linguaggio chiaro, sempre suggerito da sapienza che viene dall’alto e da notevole carità sostenuta dell’umiltà2.

Ma quest’anno, ho detto, celebriamo l’Anno Sacerdotale, nel quale la Chiesa vuol “contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza nel mondo di oggi”3, ma insieme si vuol far memoria delle figure più eccelse di sacerdoti che si sono distinti per santità, carità, amore per le anime. A tutti la Chiesa, nella persona del Santo Padre il Papa, addita un esempio ed un modello di totale identificazione col proprio ministero: San Giovanni Maria Vianney. Si può ben affermare che tale ideale ed impegno di vita fu presente in Don Peppino Libutti in maniera decisa e completa. Bastava osservarlo durante la preghiera e, particolarmente, durante la celebrazione della Santa Messa. Una persona anziana poteva affermare: “Vederlo pregare, ti vien voglia di pregare”!

Ebbene, nella nostra diocesi di Acerenza, una di queste figure da “evocare con tenerezza e riconoscenza”4 è la figura di Mons. Giuseppe Libutti, sacerdote e parroco prima ad Arioso, poi a Cancellare fino alla morte, tragicamente avvenuta nella Chiesa Parrocchiale il 17 gennaio del 1975.

Né si creda che l’attività apostolica e l’esercizio della pastorale sia stata sempre agevole per Don Peppino. Ha conosciuto l’incomprensione e, quel che più lo agitava, una certa noncuranza della sua attività quasi missionaria; ma da parte di Don Peppino vi era sempre, accanto ad un logico ed umano dispiacere, la consapevolezza di chi non si stanca di parlare, di richiamare, di indicare la via retta della verità e della vita.

Don Peppino era consapevole della grandezza del dono del Sacerdozio che aveva ricevuto: questa “rinnovata e lieta coscienza”5  lo portava ad essere, per i suoi fedeli e per quanti lo avvicinavano, saggio ed illuminato direttore spirituale. Dal suo sacerdozio, dalla celebrazione della Messa quotidiana, dalla preghiera assidua egli traeva un metodo pastorale che, senza orpelli o squilli di tromba, metteva in essere quotidianamente e silenziosamente.

Si può affermare che Don Peppino fu, per la Comunità di Cancellara, l’immagine del “Pastor bonus”: egli conobbe il suo “gregge” ed offri la vita per esso; si collocò nella Comunità di Cancellara come “colui che serve”, lasciando un esempio luminoso ed un modello da ricopiare nell’esercizio della pratica pastorale.

A somiglianza del Santo Curato d’Ars, faceva del confessionale la sua attività preponderante: vi passava ore intere ascoltando ed illuminando le coscienze convinto che il parroco che passa in quel luogo il più della sua giornata guida i suoi fedeli sulla strada giusta della perfezione. E i suoi fedeli erano abituati a “sapersi confessare”. Tra poco rievocherò la peregrinatio Mariae a Cancellara ove, giunta la statua della Madonna, vi fu “ressa ai confessionali”.

Un giorno mi trovavo a parlare con un rettore di un noto santuario che passava molte ore in confessionale in occasione della festa; mi diceva: mi accorgo subito se al confessionale c’è uno di Cancellara, perché si “sanno confessare”!

Ricordo ancora di Don Peppino la tenera devozione alla Vergine Santa. Dove avrà appreso questo amore per Maria se non in famiglia e poi al Monte del Carmine di Avigliano e, successivamente, nella breve permanenza a Montevergine? La provvidenza lo portò poi in una Comunità che ha in Maria la celeste Patrona, la vita, dolcezza e speranza nostra. Preparava la festa annuale della Madonna del Carmine con cura intelligente ed essenziale; era contento di vedere sacerdoti viciniori presenti alla processione. Quando un’ anima autenticamente mariana qual fu Mons. Vincenzo Cavalla, di santa memoria, indisse il Congresso Mariano Diocesano e, successivamente, la peregrinatio Mariae con la statua processionale della Madonna di Belvedere, uno dei luoghi ove la Madonna fu accolta con entusiasmo e gioia fu proprio Cancellara, ove una lunga preparazione di Don Peppino aveva fatto comprendere l’importanza e la bellezza dell’ evento. Don Peppino ed il sindaco Sig. Ianniello Michele si impegnarono, in quella occasione, lodevolmente e intensamente perché la Madonna ricevesse i migliori onori. L’Abate Marcello Morelli, che accompagnò la statua della Madonna per tutta la peregrinatio, scrisse: “A Cancellara. Un paesino bianco adagiato in florido fondo valle: una chiesa vasta, bellissima. Belle le nostre chiese quaggiù, testimonianza d’una fede vivissima e del finissimo gusto di questa gente e tutti giovani colti questi nostri Parroci7! Altro che i preti di Carlo Levi! Guardate questo di Cancellara. Alto, rude, un’elce robusta; ma che midollo in quest’elce! Che linfa di vita sotto questa buccia! Linfa d’un artista apostolo. Intanto è notte e le stelle occhieggiano e sulla via tutto un popolo attende; dal pomeriggio. Santo popolo nostro paziente. E quando il trono della Regina appare, eccolo in ginocchio, sulla via, sotto gli alberi fronzuti. E la processione si snoda, sotto le stelle, tra campi verdi addormentati… In chiesa il saluto alla Vergine e la ressa ai confessionali. La peregrinatio Mariae è dovunque un sintetico corso di missioni., con tutti i suoi benefici effetti di risurrezione. E ne risorsero di anime, nella settimana in cui la Vergine rimase a Cancellara. Quante lacrime ai piedi della Tuttasanta, prima che, in un delirio d’amore, andasse via, benedicendo, verso Genzano7.

Ma, si sa, una visita va ricambiata… ed ecco Don Peppino, pio devoto della Vergine, ogni sabato venire in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Belvedere. Il dotto e pio sacerdote vi giungeva sempre a piedi, accompagnato da un gruppo di fedeli, a volte più numerosi, a volte meno e non poche volte addiritura solo, ma era lì a testimoniare la sua fede tenera e costante.

Nell’aprile del 1956 venne ad Oppido Lucano in altra veste, per accompagnare Mons. Domenico Picchinenna, come convisitatore, insieme al compianto Don Silvio Scuotri, nella Visita Pastorale in detto paese.

Don Peppino edificava altresì il suo popolo con la preghiera assidua e fervorosa: i più anziani lo ricordano innanzi all’altare del Santissimo Sacramento, quasi in estasi mentre guardava il Tabernacolo e parlava col cuore al suo Signore e suo Dio!

L’altare del SS.mo… sì proprio lì Don Peppino concludeva la sua giornata terrena nel freddo pomeriggio del 17 gennaio del 1975! Un passo falso agli ultimi gradini, scendendo dal campanile ove aveva accompagnato il tecnico per l’elettrificazione delle campane… Lì fu il suo letto di morte, davanti a Gesù… Una lacrima e l’ultimo respiro di un’anima matura per il Cielo, nutrita di sapienza. Conforto ai derelitti, bastone dei deboli!

Così ti ricordo, amato amico e confratello. Così ti contemplo nella luce… nella gloria!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *