Una lettura dell’ultima enciclica di Benedetto XVI

SPE SALVI: salvati dalla speranza.

Ogni enciclica è un momento solenne, oserei dire un evento per tutta la comunità cristiana. Se infatti anche il mondo laico presta particolare attenzione alle parole e agli scritti di S. S. Benedetto XVI, i singoli credenti hanno il dovere di leggere e rileggere, anche com’unitariamente, se possibile una enciclica del Papa. Il tema della speranza poi, a maggior ragione, è un tema importante, se non addirittura urgente per l’uomo post-moderno, così imbrigliato in un mondo dai tanti mezzi che ha perduto di vista l’esistenza dei fini.Come il Catechismo della Chiesa Cattolica sostiene, la speranza è la seconda virtù teologale che ci fa desiderare il regno dei cieli, ossia l’eterna felicità, fidandoci delle promesse di Cristo e sostenuti dalla sua grazia (cfr. 1817). Al pari delle altre due virtù teologali, la fede e la carità, anch’essa è un dono di Dio, che però deve essere coltivato per non rischiare di andare perduto. Il dono ricevuto infatti nel Battesimo va coltivato con la preghiera, con i sacramenti ed anche con lo studio, facendolo diventare così cultura. L’obiettivo dell’Enciclica, che è stata pubblicata il 30 novembre 2007, dopo la precedente sulla carità, è proprio questo: è un aiuto dal punto di vista culturale alla comprensione cristiana della speranza, fondandola sul Nuovo Testamento («la fede è speranza») e sulla tradizione sempre viva della Chiesa.Dopo Deus caritas est giunge la riflessione sulla speranza, mentre attendiamo con ansia la terza della trilogia sulle virtù teologali: la fede.

Chiesa e speranza vivono della stessa linfa. Nei secoli è stato sempre così: il credente era rinvigorito dalla speranza che alimentava all’interno della Chiesa. La crisi della speranza invece ha le sue origini nell’epoca moderna, e il Papa lo sottolinea nei nn.16-23, quando la speranza cristiana ha iniziato ad essere sostituita dalla fede nel progresso con la diffusione delle ideologie moderne. L’opera filosofica di Francesco Bacone (1561-1626) ha segnato una stagione culturale viva ancora oggi in base alla quale la speranza nella vita eterna, base dell’ottimismo e della gioia anche in questa vita segnata dall’amore, è stata superata dalla speranza nelle conquiste della scienza e della tecnica.

Questa nuova condizione si è insediata anche nella comunità dei credenti. La redenzione dell’uomo così non passa più attraverso la morte e la risurrezione di Cristo, ma attraverso la fede nel progresso, che illude prometeicamente dell’esistenza di un futuro sempre necessariamente migliore grazie alla sola scienza. La conseguenza è che Dio viene relegato nell’ambito individualistico, privato e la fede ha importanza come fatto individuale, mentre il mondo, la cultura, la politica vanno in altra direzione. E «il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito» (n. 25).

Non desta meraviglia il fatto che il Papa citi Sant’Agostino in più passi dell’Enciclica: è un appassionato studioso e un ammiratore del Santo di Ippona. La meraviglia invece dei più è data dalle citazioni filosofiche e in particolare dalla due note su Kant. Non dimentichiamo che il papa è filosofo prima che teologo: la citazione di Kant è legittima e motivata. Chi conosce il filosofo di Königsberg sa quanto egli abbia parlato della speranza e della speranza cristiana in particolare. La terza delle tre domande del criticismo kantiano viene addirittura citata: “che cosa possiamo sperare” (le altre due sono: “che cosa posso sapere” e “che cosa devo fare”). Secondo Kant la “speranza è ciò che non è in nostro potere”, cioè che non dipende da noi uomini, ma da Dio. Alla fin fine ciò che non dipende da noi è che i giusti siano premiati con la vita eterna e gli empi dannati: a che varrebbe altrimenti essere onesti e buoni su questa terra? I beni eterni sono quindi l’oggetto della nostra speranza ma su di essi a nessuno di noi è data la certezza. Ciò che già vediamo, non potrebbe mai essere oggetto della nostra speranza.

Il Papa conosce il pensiero del filosofo e per questo lo cita e lo completa. Sostiene infatti che ci sono dei luoghi specifici nei quali la speranza viene alimentata ed esercitata: la preghiera, l’agire e il soffrire ed il Giudizio. Insomma un quadro sintetico ma ricco di spunti per la crescita e la riflessione di tutti.

Con la caduta delle ideologie che hanno seminato illusioni di speranza, il cristianesimo conosce oggi una nuova opportunità di riproporre la speranza della Redenzione attraverso la persona di Cristo. È una opportunità da cogliere tutti insieme per comunicare agli sfiduciati e agli smarriti di cuore la speranza che salva e che, insieme all’amore, rende migliore già questa nostra vita terrena.

Al cristiano non è concesso il lusso della disperazione o addirittura la sensazione di non potersi salvare: senza la speranza vana sarebbe anche la nostra vita. Alla Chiesa non è dato perdere la speranza al pari del mondo. Ci sia di monito l’atteggiamento di Renzo del Manzoni al lazzaretto nella speranza di rivedere l’amata Lucia che non trovò: «Così svanì affatto quella cara speranza, e andandosene, non solo portò via il conforto che aveva recato, ma, come accade le più volte, lasciò l’uomo in peggiore stato di prima».

Don Nico Baccelliere

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