La Chiesa ha il diritto di intervenire su questioni inerenti la difesa della vita e della famiglia. Non si può comprendere infatti che si pretenda di escludere la legittimità di manifestare quel giudizio e quell’insegnamento venendo così a colpire la libertà di esprimerlo. Ne verrebbe ferita non solo la libertà della Chiesa, ma la stessa libertà di manifestazione del pensiero (L’Osservatore Romano dell’1 febbraio 2007). La famiglia è la “via dell’uomo”, il luogo in cui si apre alla vita e all’esistenza sociale. Rimane il luogo di un forte coinvolgimento affettivo. È oggetto di un’attesa di riconoscimento personale. Assicura la stabilità necessaria alla missione educativa. È riconosciuta come l’ultimo rifugio di fronte alla minaccia dell’emarginazione.
La sigla PACS sta per “Patti civili di solidarietà”. Ci risulta che patto sia il foedus che i due coniugi contraggono col matrimonio; civile sia tutto ciò che ha a che fare con i valori di una determinata società, nella mutua relazione tra diritti e doveri; solidarietà sia l’impegno della società di prendersi cura dei più deboli. Cosa quindi si intende con la sigla PACS è esattamente il contrario di quanto si vuol far passare per “patto civile di solidarietà”. Questo nuovo istituto giuridico dovrebbe in realtà approvare una formula intermedia tra la vita del single e quella della famiglia nata nel matrimonio.
Le perplessità del Magistero, che sottoscrivo senza alcun dubbio, sono almeno un paio: in primo luogo introdurre i PACS significa offuscare la realtà del matrimonio e il valore della famiglia naturale, che non è un prodotto culturale o storico, ma una realtà a priori, che viene prima della società e dello stesso stato, di cui ne è la cellula fondamentale; in secondo luogo la vera intenzione di una parte dei legislatori è quella di equiparare le coppie dello stesso sesso alla altre. Altrimenti non si spiegherebbe la portata mass-mediatica di questa richiesta. Tali coppie di per sé non costituiscono mai naturalmente una famiglia, né con i PACS né senza: la famiglia infatti si compone di padre, madre e figli. Ulteriore possibilità non è data.
A quanto detto potremmo aggiungere alcune considerazioni giuridiche ed altre addirittura di buon senso. Esse riguardano due tipologie di coppie: quelle che non vogliono sposarsi e quelle che non possono sposarsi. Riguardo alle prime, l’intenzione dei conviventi è proprio quella di non legarsi giuridicamente e non si capisce perché la legge dovrebbe far loro violenza considerandole comunque legate, sia pure attraverso un labile PACS, contro la loro volontà.
Se non intendono assumere dei doveri non si capisce perché dovrebbero comunque ricevere in cambio dei diritti, che oltretutto rientrano già nella legislazione ordinaria dei diritti individuali (il testamento, la locazione di una casa intestata ad entrambi, o la scelta di assistenza ospedaliera). Riguardo invece alle coppie che non possono sposarsi, esse possono essere impedite da motivi transitori (l’essere minorenni o in attesa di divorzio) o invece economici. Per le prime l’offerta dei PACS è senza senso: la stessa difficoltà che impedisce il matrimonio impedirebbe comunque i PACS. Per le seconde invece è una strada strana quella di offrire loro un “piccolo matrimonio” che non risolverebbe nessuna delle difficoltà in questione, mentre invece occorre tutto lo sforzo della società nel sostegno economico-sociale alle famiglie e a tutti coloro che si accingono a fondarle. Questo è un dettato della nostra stessa Costituzione.
Non vogliamo dimenticare che, anche in mezzo alle situazioni di crisi familiari, ci sono invece tante famiglie, anzi la maggioranza, le quali vivono in un’unione ferma e fedele. E tutto ciò si verifica pure nelle nazioni dove è più forte il problema. Tuttavia, la precarietà del legame coniugale è una delle caratteristiche del mondo contemporaneo. La giustificazione di un intervento legislativo in materia dunque rimane molto labile: dal punto di vista naturale impossibile, dal punto di vista culturale discutibile. Ogni soluzione di compromesso (tipo il DICO, di cui già si sta parlando) non farà che scontentare tutti: laicisti, cattolici, ma soprattutto gli uomini e le donne di buon senso, garanti della pace nella nostra società.
Don Domenico Baccelliere
Alcune considerazioni in merito all’articolo che, da premettere, condivido in pieno.
1) La Chiesa in quanto istituzione presente nella società italiana, ha gli stessi diritti di tutte le altre di dire manifestare le proprie posizioni, anche con veemenza. Ciò anche e purtroppo per riempire i vuoti lasciati nella politica italiana da quegli pseudo-credenti, presenti in egual misura sia nella maggioranza che nell’opposizione che alla prova dei fatti, per questioni forse di convenienza (vedere alla voce “poltrone”) o per questioni di mancanza di conoscenza della dottrina sociale o addirittura per fede solo di facciata, non difendono nè la famiglia in quanto società naturale fondata sul matrimonio (e questo ce lo dice la Costituzione italiana, non solo i libri sacri), nè la vita, dichiarandosi favorevoli all’eutanasia, all’aborto e a tutte le forme di negazione della dignità umana.
2)I PACS, ora chiamati DICO forse per attenuare le polemiche, non sono altro che un ulteriore riconoscimento di nuovi diritti per le coppie di fatto (convivenze more uxorio già ampiamente tutelate dal Codice Civile e prima ancora dalla giurisprudenza sia costituzionale che di legittimità), ma che servono ad aprire la strada al riconoscimento dei matrimoni gay nell’ordinamento italiano e forse nel futuro anche alle adozioni in queste coppie. Ciò non andrà solo contro alla Dottrina Cattolica, ma al Diritto Naturale, quel Giusnaturalismo, che non contempla in nessuno scritto di filosofo famoso o meno nè nelle leggi della natura che vi debba essere la possibilità di adozioni laddove non vi può essere la generazione naturale dei figli; non mi riferisco alle famiglie sterili, ma alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Non può dunque il Diritto Positivo stravolgere quello che viene dal Diritto Naturale.
3)Il rammarico più grande è quello che questa proposta di legge sta per essere votata anche da ministri che si professano cattolici, salvo Mastella, e verrà votata, “per onere di coalizione” da tutti i parlamentari che si professano cristiani a meno che, forse ricondotti alla ragione e alla fede da parte dei richiami della Chiesa, non decidano di votare secondo coscienza anche a rischio di far cadere il Governo.