In questi ultimi decenni abbiamo assistito allo sviluppo di movimenti di opinione a favore dell’eutanasia sull’onda di casi clamorosi enfatizzati dai media per i quali tutto diventa gesto pietoso e in qualche modo giustificabile, dalla soppressione del figlio handicappato alla sospensione delle terapie nel coma irreversibile. Per molti, ahimé anche credenti, il concetto di eutanasia coincide infatti con quello di dignità della morte o con quello di umanizzazione del dolore e della morte: è perciò non solo un diritto civile, ma addirittura un dovere morale.
È l’impero dell’ideologia della qualità della vita! Facciamo chiarezza.
L’eutanasia ha una lunga storia e una diffusione ubiquitaria nei popoli. È legata a motivi sociali, economici, umanitari, o anche ideali, come il suicidio per fuggire una grave onta.
La parola eutanasia (dal greco eu=bene; thànatos=morte) significa bella morte. Originariamente si riferiva alla bella morte che compete all’uomo saggio, in particolare nello stoicismo, ma, col filosofo inglese Francis Bacon (1561-1626), venne a significare l’intervento medico che rende più dolce il morire alleviando sofferenze e dolori, compresa la possibilità di affrettare il momento della morte.
Attualmente con il termine eutanasia si intende: “Ogni azione od omissione compiuta per sopprimere la vita di un malato inguaribile o terminale, di un anziano, di un soggetto malformato o portatore di handicap al fine di evitargli sofferenze fisiche e psichiche”.
Nell’eutanasia del malato terminale e inguaribile si cerca di fuggire la durezza del morire, negli altri casi (anziani, handicappati) si cerca di fuggire una vita ormai insopportabile o non desiderabile. Ma, qualunque sia il motivo, opera nell’eutanasia la volontà di dare o di darsi la morte: essa rientra quindi nelle forme di omicidio o di suicidio.
Nella letteratura bioetica ci sono molte distinzioni per evitare la confusione terminologica.
La prima distinzione rispetto all’intenzione dell’agente è quella fra eutanasia diretta e indiretta. Di fatto con la parola eutanasia ci si riferisce soltanto all’eutanasia diretta. Si tratta dell’eutanasia in senso stretto, nella quale si vuole la morte o comunque si contribuisce immediatamente a procurarla. Nell’eutanasia indiretta invece manca qualsiasi intenzione direttamente uccisiva dell’agente. L’accelerazione della morte può essere la conseguenza o effetto collaterale non voluto, anche se previsto, di un atto terapeutico.
Riguardo ai mezzi con cui si ottiene l’eutanasia si parla di eutanasia attiva (se la morte avviene in seguito ad un atto, come la somministrazione in dosi letali di un’antiaritmico) e di passiva (se la morte avviene per l’omissione di un atto o intervento).
Dal punto di vista etico, se esiste una volontà eutanasica diretta, non esiste tanta differenza tra le due. Bisogna fare attenzione a non confonderla con l’accanimento terapeutico, che è una legittima e talora doverosa astensione dal ricorso a terapie sproporzionate.
Pur tenendo conto del dovere di aiutare il malato o l’anziano ad essere liberato dal dolore, dal non-senso, dalla paralisi relazionale e che la morte è l’ultima vocazione del Signore, la difesa e la promozione della vita umana in tutte le sue fasi e in tutte le sue manifestazioni è uno degli elementi caratterizzanti del messaggio cristiano.
Per questo tema facciamo particolare riferimento alla Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della fede del 5 maggio 1980, le cui affermazioni di fondo sono state riprese in più ampio contesto nella Evangelium Vitae del 25 marzo 1995.
1. L’intangibilità della vita umana
La vita (non la salute, non la vita comoda) è il valore fondamentale dell’esistenza umana, perché è il presupposto di tutti gli altri beni. Ogni essere umano ha diritto alla vita e nessuno, per nessun motivo, in nessuna circostanza, può privare un innocente della sua vita. Considerata nella luce della fede, “l’inviolabilità del diritto alla vita dell’essere umano innocente dal concepimento alla morte è un segno e un’esigenza dell’inviolabilità stessa della persona, alla quale il Creatore ha fatto il dono della vita” (n. 4). Nessuno può attentare alla vita di un uomo, pur sofferente, senza opporsi all’amore di Dio per cui ogni forma di eutanasia diretta non è moralmente giustificabile.
2. Il suicidio assistito
Si pone con crescente insistenza la questione se una persona possa decidere di darsi la morte per sfuggire intollerabili sofferenze fisiche e psichiche e, quindi, se sia giusto collaborare a questo tipo di suicidio (suicidio assistito o eutanasia volontaria). Attualmente si sta facendo strada l’idea, dipendente da una concezione distorta della libertà umana, che l’autonomia di una persona possa giungere a scegliere se continuare a vivere o darsi la morte, benché, dal punto di vista puramente razionale, sia davvero paradossale che una libertà, per affermarsi, si autodistrugga. Quest’idea della legittimità del suicidio sta entrando nella mentalità comune e viene recepita in modo favorevole dai più come una risposta drastica, ma efficace al dramma del dolore e della morte.
Secondo la morale cristiana ciascuno di noi ha ricevuto la vita da Dio, che resta l’unico Signore delle nostre esistenze, per cui non se ne può disporre autonomamente, e di conseguenza – si legge in Evangelium Vitae – “condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto suicidio assistito significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta” (n. 66).
Riassumiamo le nostre riflessioni con le parole della già citata Dichiarazione: “Niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato, incurabile o agonizzante. Nessuno può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità” (n. 2).
A ben guardare allora, ogni forma di eutanasia è l’estremo approdo della hybris umana che cerca di impadronirsi della vita e, quando questa sfugge, nonostante tutto, al suo controllo, cerca allora di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo.
Perseguirla è un errore, realizzarla un orrore.
Don Domenico Baccelliere
La vita è un misterioso dono che ci è dato e di cui non riusciamo computamente a comprendere il valore.
Il piacere e il dolore sono l’espressione della nostro percepire la vita. Il primo non esaurisce le ragioni della vita, il secondo non ne sancisce l’inutilità.
Il tempo che ci è dato è necessario per collaborare con Dio alla nostra piena realizzazione, rinunciare a questo tempo significa chiudere unilateralmente la comunicazione e e la cooperazione con Dio per la piena realizzazione del suo disegno provvidenziale.
Anche il Signore nell’orto degli ulivi a sentito l’angoscia, e la paura di fonte al dolore. Ma ha avuto la forza di dire: “Sia fatta la tua volontà non la mia”.
In quel momento supremo Cristo è stato Maestro di umanità.
E a chi non crede cosa dire! Non si tratta di violentare la libertà di coscienza degli altri. Non si tratta di contrapporre la mia verità di credente, alla verità di chi non crede, si tratta di testimoniare il Signore Gesù.
Non è insomma un problema intransigenza ideologica di fonte ad visione pluralistica della vita e dell’esistenza. Il problema è che io credente nel rispetto delle posizioni di chicchessia ho il dovere di testimoniare Cristo, che ha fatto l’esperienza della morte ed è risorto.
Il malato terminale è nelle mani di Dio, l’accanimento terapeutico non è nei disegni di Dio, ma il tempo della vita va salvaguardato tutto perchè ogni attimo può essere una opportunità, un ineffabile momento di grazia.
Queste mie modeste considerazione sono state suggerite dalla lettura e meditazione delle riflessioni di Don Domenico Baccelliere a cui sono grato di cuore.
Donato pepe