Verso Verona

Dalla relazione di sintesi in preparazione al Convegno ecclesiale nazionale

Verso VeronaA conclusione del lavoro di indagine e di riflessione, svolto dalla nostre comunità diocesane in preparazione al Convegno di Verona, vogliamo di seguito percorrere una sintesi della relazione diocesana, individuando i punti culminanti del nostro contributo e sottolineando le linee percorribili per un rilancio delle comunità ecclesiali. Le domande proposte dal questionario per lo sviluppo della relazione di sintesi si sviluppano in tre parti : Prima parte – metodo di lavoro, iniziative e soggetti coinvolti; Seconda parte – La nostra testimonianza; Terza parte – gli ambiti della testimonianza.
Tralasciando la prima parte, di cui abbiamo già trattato nel precedente numero di questa rivista, ci soffermiamo subito sulla seconda parte, fondamentale e consistente, perché traccia una considerazione sulla testimonianza cristiana nel suo dinamismo ecclesiale, che richiama l’attenzione al discernimento e alla tradizione culturale della nostra diocesi.
È proprio il discernimento ecclesiale e la promozione dei modelli culturali ispirati al Vangelo, che trovano espressione all’interno delle associazioni e dei movimenti ecclesiali presenti nella nostra diocesi, in quasi tutte le parrocchie, a favorire il confronto comunitario con il Vangelo, ma il numero dei cristiani che si lascia coinvolgere è molto esiguo e questo interroga quotidianamente le nostre scelte pastorali, le loro direttive e soprattutto le loro finalità. È necessario individuare nelle nostre priorità stili pastorali che mirano a plasmare la coscienza del credente, aiutandolo a rapportarsi con il mondo, luogo naturale dove è chiamato a dare ragione della speranza cristiana.
Ovviamente anche gli organismi di partecipazione diocesani e parrocchiali sono luoghi in cui l’apporto per l’esercizio del discernimento vengono favoriti, ma non sollecitano abbastanza l’impegno sociale del credente, essi limitano il proprio raggio d’azione alle programmazioni pastorali e alle iniziative ad esse connesse.
Riguardo, poi, al ripiegamento delle comunità su di sé e al prevalere degli aspetti organizzativi a discapito delle relazioni profonde e gratuite possiamo sottolineare che le nostre comunità parrocchiali sono soprattutto luogo di culto religioso, dove l’uomo vive la propria vita sacramentarle e religiosa e non l’impegno evangelico. Per questo motivo il ripiegamento su di sé sta diventando la caratteristica peculiare delle nostre parrocchie: manca l’attenzione alla natura salvifica della comunità, come luogo dove maturare e vivere la fede cristiana, e alla dimensione missionaria verso l’uomo a cui la comunità annuncia il Vangelo.
È fondamentale compiere una conversione di identità e di espressione: la comunità non deve essere lo spazio del cristiano, il circolo “sociale” dei credenti, ma il luogo dell’incontro con il Vangelo che plasma l’identità cristiana dell’uomo, ristabilendo relazioni evangeliche rispetto ai fratelli e al mondo che abitiamo. Essa deve esprimersi nella storia come modello di comunione tra fratelli, che alimentano, nelle diverse realtà del mondo, uno stile di vita evangelico.
Per favorire la crescita di una fede adulta e la responsabilità missionaria, che traducono in maniera concreta questa conversione culturale, senza dover ricorre a strategie pastorali particolari, si ritiene opportuno soffermarsi sulla proposta aperta di “metodi” che favoriscano l’approccio alla Parola in maniera comunitaria, per carpire l’uomo dall’isolamento di una fede intimistica, tipica delle persone religiose, al coinvolgimento di una fede esistenziale, caratteristica del cristianesimo. Solo la condivisione della Parola crea comunione e affascina all’impegno comunitario. La fede diventa adulta quando i credenti vengono aiutati a consapevolizzare le ragioni della propria fede, quando dalla fede approfondita scaturisce l’impegno del dono di sé che incontra, nella relazione, soprattutto i destinatari dell’annuncio, ovvero l’uomo di ogni epoca storica.
IV Convegno Ecclesiale NazionaleIn questa prospettiva, nella nostra realtà diocesana, che riflette poi quella regionale, si sono individuate fatiche e rischi a cui è esposta la testimonianza cristiana da considerare in vista di un rinnovamento opportuno. Innanzitutto nelle nostre comunità parrocchiali lo scontro quotidiano avviene tra le persone abituate a vivere una fede religiosa e quelle, che per diverse esperienze esistenziali, si affacciano nuovamente alle nostre parrocchie, spesso chiuse e ridotte a territorio per pochi. Si manifesta ancora un radicamento ad uno stile di comunità solo cultuale, timidamente si osa andare oltre il culto, che radica nel sentire della maggior parte dei credenti un atteggiamento di fossilizzazione alle tradizioni cultuali, che rallentano, l’annuncio del Vangelo. La testimonianza cristiana, inoltre, è spesso ostacolata dai compromessi o connubi tra credente e società, stile di vita che come Chiesa abbiamo avallato con la cultura dell’interdipendenza tra istituzioni, più che di collaborazione e stima. La politica delle raccomandazioni ha sottoposto sempre la coscienza di molti cristiani lucani al favoritismo, espropriandolo della sua natura profetica di denuncia e di supplenza. Il rischio a cui siamo esposti oggi, in questo momento storico, è quello di aggrapparci a nostalgiche “posizioni” di potere, che genera un rallentamento dell’annuncio e un riduzionismo del messaggio evangelico. Questo cambiamento mette in discussione i rapporti di collaborazione per il bene comune, il dialogo con il mondo contemporaneo, di cui bisogna leggere e cogliere le sfide per un’evangelizzazione delle stesse, ed infine un ritorno ad una spiritualità biblica-contemplativa, che fa coesistere l’elevazione dell’anima a Dio, la preghiera, e l’impegno evangelico per il mondo, il lavoro.
A conclusione di questa sintesi evidenziamo gli strumenti ritenuti idonei per testimoniare il messaggio cristiano nel mondo di oggi e le risorse e le scelte da valorizzare.
A prescindere dagli strumenti di comunicazione, fondamentali per dialogare e incontrare, riteniamo fondamentale far leva sull’identità del credente. Ogni cristiano deve, innanzitutto, con il suo stile di vita, testimoniare ovunque il suo credo.
Dall’identità cristiana alla considerazione dei destinatari a cui vogliamo indirizzarci: il mondo della cultura, le povertà umane, la politica e i vari ambiti che caratterizzano e costituiscono l’ambiente sociale. Dovendo però indicare le risorse da valorizzare è opportuno considerare la scuola, gli ambienti di lavoro, la famiglia, i luoghi dell’aggregazione giovanile, come opportunità da cogliere per collaborare alla formazione cristiana della persona. Il campo dell’educazione sfida ogni tipo di cultura e noi non possiamo esimerci da questo ambito privilegiato per testimoniare il Vangelo. Suggeriamo, infine, di recuperare in questo scenario della testimonianza, la proposta culturale delle vite dei santi, riletti nella loro vicenda storica, più che nell’aureola dei loro prodigi, e i documenti del Concilio Vaticano II da far conoscere e da assumere tra le priorità della formazione cristiana.

don Mimmo Beneventi

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