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La testimonianza di Don Giuseppe Greco.

Quando mi è stato proposto di curare questa edizione in ricordo di Don Peppino Don PeppinoLibutti ho accettato senza esitazione, contento che una figura così emblematica non solo per Cancellara ma anche per tutta la diocesi fosse riproposta all’attenzione, all’ammirazione e – quel che più conta – alla imitazione di presbiteri e semplici fedeli.

Questa pubblicazione pare richiesta e quasi esigita da due circostanze: ricorre quest’anno il 50° dell’apertura, in Cancellara, della Casa della Carità, decisamente voluta, sostenuta da Don Peppino Libutti e, inoltre, quest’anno si celebra, in tutta la Chiesa, l’Anno Sacerdotale voluto da S. Santità Benedetto XVI per ricordare il 150° anniversario del pio transito di S. Giovanni Maria Vianney, comunemente denominato il Santo Curato d’Ars, che è il protettore di tutti i parroci della Chiesa cattolica.

Due circostanze che ben si intonano con la vita, le scelte di fondo, le caratteristiche essenziali dell’ apostolato svolto, nella santità di vita, di Don Peppino Libutti.

La Casa della Carità, come si dirà più dettagliatamente in questa pubblicazione, fu la espressione della carità di Don Peppino: nelle nostre Comunità, occorre dirlo ad onore delle nostre popolazioni fondamentalmente religiose, gli anziani sono venerati e convenientemente assistiti, ma a Don Peppino non sfuggiva la penosa situazione di persone sole e, conseguentemente, prive di quell’assistenza necessaria ed indispensabile richiesta dall’età. Di qui la creazione, nel lontano novembre del 1959, della Casa della Carità ove, ovviamente, era visibile e quasi tangibile la carità di un presbitero e parroco che del “comando”1 del Signore aveva fatto lo scopo della sua esistenza. Iniziò così una piena armonizzazione della sua vita di presbitero, totalmente disposto all’unica appartenenza a Cristo, unico, sommo ed eterno sacerdote e il “farsi prossimo” con persone semplici ed umili, bisognose di cura e di affetto. Don Peppino aveva imparato la lezione del “servizio” dall’atteggiamento del Signore il quale, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, ammonisce: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,15). Per tale meritoria opera a servizio degli ultimi Don Peppino non alzava la voce, non invocava aiuti e sovvenzioni, non faceva conoscere nei paesi circostanti la sua attività in “servizio” delle persone sole e, in qualche modo, bisognose di aiuto. E, quel che più conta, non si è arricchito con lasciti e proprietà degli ospiti della Casa della Carità. Povero per scelta, è rimasto povero! Anzi, se poteva — e risulta con sicurezza —aiutava certe situazioni che reclamavano il suo provvidenziale intervento.

Don Peppino era l’uomo della carità. Una carità non si fermava alla Casa per gli anziani. Quando la carità è presente non è limitata e circoscritta ad un solo settore. Né una carità che pesa e misura ciò che elargisce, convinto che, senza di essa, ogni costruzione è destinata al crollo. La sua era una carità senza finzioni: la sincerità traspariva dal suo volto, a volte teso, ma non per problemi personali ma unicamente per vedere e toccare con mano che la Legge del Signore non era sempre rispettata e il Giorno del Signore non sempre santificato!

Una carità tenera ma non chiassosa aveva con i fanciulli i quali, dopo i primi contatti, si accorgevano di trovare in Lui tanta comprensione e infinita tenerezza.

Personalmente ricordo la carità che aveva con i confratelli nel sacerdozio: si avvicinava a loro, discretamente, come chi teme di dar fastidio, ascoltava le confessioni di molti di noi che lo consideravamo come un luminoso punto di riferimento nella vita presbiterale.

Per questa testimonianza di carità autenticamente evangelica non finiremo mai di ammirare e ringraziare…

La carità di Don Peppino era sostenuta dalla umiltà. Era difficile sentire da quelle labbra discorsi altisonanti o una fastidiosa cascata di parole vuote e prive di senso che indulgessero a discorsi conditi con termini od espressioni dotte, pur avendo una cultura sicuramente al di sopra della media. Aveva conseguito il dottorato in Teologia e, se gli impegni pastorali gli avessero concesso maggiore spazio, avrebbe anche completato gli studi di Lettere e conseguito il dottorato presso l’Università degli studi a Pisa.

Ma Don Peppino preferiva il linguaggio usato da Gesù nel Vangelo. Il suo periodare era semplice, sobrio, essenziale e, soprattutto, evangelico; era solito esprimersi con un linguaggio gentile anche se, a volte, nascosto da un atteggiamento apparentemente duro; ma un linguaggio chiaro, sempre suggerito da sapienza che viene dall’alto e da notevole carità sostenuta dell’umiltà2.

Ma quest’anno, ho detto, celebriamo l’Anno Sacerdotale, nel quale la Chiesa vuol “contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza nel mondo di oggi”3, ma insieme si vuol far memoria delle figure più eccelse di sacerdoti che si sono distinti per santità, carità, amore per le anime. A tutti la Chiesa, nella persona del Santo Padre il Papa, addita un esempio ed un modello di totale identificazione col proprio ministero: San Giovanni Maria Vianney. Si può ben affermare che tale ideale ed impegno di vita fu presente in Don Peppino Libutti in maniera decisa e completa. Bastava osservarlo durante la preghiera e, particolarmente, durante la celebrazione della Santa Messa. Una persona anziana poteva affermare: “Vederlo pregare, ti vien voglia di pregare”!

Ebbene, nella nostra diocesi di Acerenza, una di queste figure da “evocare con tenerezza e riconoscenza”4 è la figura di Mons. Giuseppe Libutti, sacerdote e parroco prima ad Arioso, poi a Cancellare fino alla morte, tragicamente avvenuta nella Chiesa Parrocchiale il 17 gennaio del 1975.

Né si creda che l’attività apostolica e l’esercizio della pastorale sia stata sempre agevole per Don Peppino. Ha conosciuto l’incomprensione e, quel che più lo agitava, una certa noncuranza della sua attività quasi missionaria; ma da parte di Don Peppino vi era sempre, accanto ad un logico ed umano dispiacere, la consapevolezza di chi non si stanca di parlare, di richiamare, di indicare la via retta della verità e della vita.

Don Peppino era consapevole della grandezza del dono del Sacerdozio che aveva ricevuto: questa “rinnovata e lieta coscienza”5  lo portava ad essere, per i suoi fedeli e per quanti lo avvicinavano, saggio ed illuminato direttore spirituale. Dal suo sacerdozio, dalla celebrazione della Messa quotidiana, dalla preghiera assidua egli traeva un metodo pastorale che, senza orpelli o squilli di tromba, metteva in essere quotidianamente e silenziosamente.

Si può affermare che Don Peppino fu, per la Comunità di Cancellara, l’immagine del “Pastor bonus”: egli conobbe il suo “gregge” ed offri la vita per esso; si collocò nella Comunità di Cancellara come “colui che serve”, lasciando un esempio luminoso ed un modello da ricopiare nell’esercizio della pratica pastorale.

A somiglianza del Santo Curato d’Ars, faceva del confessionale la sua attività preponderante: vi passava ore intere ascoltando ed illuminando le coscienze convinto che il parroco che passa in quel luogo il più della sua giornata guida i suoi fedeli sulla strada giusta della perfezione. E i suoi fedeli erano abituati a “sapersi confessare”. Tra poco rievocherò la peregrinatio Mariae a Cancellara ove, giunta la statua della Madonna, vi fu “ressa ai confessionali”.

Un giorno mi trovavo a parlare con un rettore di un noto santuario che passava molte ore in confessionale in occasione della festa; mi diceva: mi accorgo subito se al confessionale c’è uno di Cancellara, perché si “sanno confessare”!

Ricordo ancora di Don Peppino la tenera devozione alla Vergine Santa. Dove avrà appreso questo amore per Maria se non in famiglia e poi al Monte del Carmine di Avigliano e, successivamente, nella breve permanenza a Montevergine? La provvidenza lo portò poi in una Comunità che ha in Maria la celeste Patrona, la vita, dolcezza e speranza nostra. Preparava la festa annuale della Madonna del Carmine con cura intelligente ed essenziale; era contento di vedere sacerdoti viciniori presenti alla processione. Quando un’ anima autenticamente mariana qual fu Mons. Vincenzo Cavalla, di santa memoria, indisse il Congresso Mariano Diocesano e, successivamente, la peregrinatio Mariae con la statua processionale della Madonna di Belvedere, uno dei luoghi ove la Madonna fu accolta con entusiasmo e gioia fu proprio Cancellara, ove una lunga preparazione di Don Peppino aveva fatto comprendere l’importanza e la bellezza dell’ evento. Don Peppino ed il sindaco Sig. Ianniello Michele si impegnarono, in quella occasione, lodevolmente e intensamente perché la Madonna ricevesse i migliori onori. L’Abate Marcello Morelli, che accompagnò la statua della Madonna per tutta la peregrinatio, scrisse: “A Cancellara. Un paesino bianco adagiato in florido fondo valle: una chiesa vasta, bellissima. Belle le nostre chiese quaggiù, testimonianza d’una fede vivissima e del finissimo gusto di questa gente e tutti giovani colti questi nostri Parroci7! Altro che i preti di Carlo Levi! Guardate questo di Cancellara. Alto, rude, un’elce robusta; ma che midollo in quest’elce! Che linfa di vita sotto questa buccia! Linfa d’un artista apostolo. Intanto è notte e le stelle occhieggiano e sulla via tutto un popolo attende; dal pomeriggio. Santo popolo nostro paziente. E quando il trono della Regina appare, eccolo in ginocchio, sulla via, sotto gli alberi fronzuti. E la processione si snoda, sotto le stelle, tra campi verdi addormentati… In chiesa il saluto alla Vergine e la ressa ai confessionali. La peregrinatio Mariae è dovunque un sintetico corso di missioni., con tutti i suoi benefici effetti di risurrezione. E ne risorsero di anime, nella settimana in cui la Vergine rimase a Cancellara. Quante lacrime ai piedi della Tuttasanta, prima che, in un delirio d’amore, andasse via, benedicendo, verso Genzano7.

Ma, si sa, una visita va ricambiata… ed ecco Don Peppino, pio devoto della Vergine, ogni sabato venire in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Belvedere. Il dotto e pio sacerdote vi giungeva sempre a piedi, accompagnato da un gruppo di fedeli, a volte più numerosi, a volte meno e non poche volte addiritura solo, ma era lì a testimoniare la sua fede tenera e costante.

Nell’aprile del 1956 venne ad Oppido Lucano in altra veste, per accompagnare Mons. Domenico Picchinenna, come convisitatore, insieme al compianto Don Silvio Scuotri, nella Visita Pastorale in detto paese.

Don Peppino edificava altresì il suo popolo con la preghiera assidua e fervorosa: i più anziani lo ricordano innanzi all’altare del Santissimo Sacramento, quasi in estasi mentre guardava il Tabernacolo e parlava col cuore al suo Signore e suo Dio!

L’altare del SS.mo… sì proprio lì Don Peppino concludeva la sua giornata terrena nel freddo pomeriggio del 17 gennaio del 1975! Un passo falso agli ultimi gradini, scendendo dal campanile ove aveva accompagnato il tecnico per l’elettrificazione delle campane… Lì fu il suo letto di morte, davanti a Gesù… Una lacrima e l’ultimo respiro di un’anima matura per il Cielo, nutrita di sapienza. Conforto ai derelitti, bastone dei deboli!

Così ti ricordo, amato amico e confratello. Così ti contemplo nella luce… nella gloria!

Il museo diocesano di Acerenza ospita un interessante convegno promosso dall’Azione Cattolica Diocesana.

Sensibilità civile e bene comune: questo è il titolo del convegno tenutosi nel pomeriggio di sabato 9 Gennaio 2009, nella sala conferenze del museo diocesano di arte sacra . Un tema importante promosso dall’Azione Cattolica con il patrocinio del Comune di Acerenza, per spronare alla rivalutazione dell’etica del singolo individuo, cristiano e non, in rapporto alla comunità. Vengono fuori interessanti parallelismi e particolari convergenze, messe in luce soprattutto dalla relazione proposta dal Prof. Franco Piazza docente dell’Università Lateranense. L’introduzione del moderatore, apre il convegno e soprattutto le menti ed i cuori dei presenti, che si apprestano a ricevere un importante lezione di vita ed una breve ma intensa formazione etica. L’intervento di Ada Grippo, Presidente AC ha introdotto nel vivo dell’evento, esplicitando la sinergia e la collaborazione con le istituzioni, rappresentate dal sindaco della nostra Città Cattedrale, la Dott.ssa Rossella Quinto. Quest’ultima ha continuato dicendo che proprio grazie a questa interazione è stato possibile organizzare l’ importante evento, essenziale per ogni buon cittadino e per ogni buon cristiano. La relazione, profonda ed a suo modo affascinante, ha saputo tenere salda l’attenzione di ciascuno sul tema portante della conferenza, sensibilizzando all’etica dei sani rapporti. A proposito si sono tratte conclusioni utili a rapportarci prima di tutto a noi stessi e poi al prossimo, alla nostra società, al nostro mondo. Don Franco Piazza ha affermato: “l’indifferenza è il male della nostra epoca. Dobbiamo imparare a far convivere la sensibilità sociale con quella civile, che ben analizzate si mostrano come varianti di un unico tema”.

Vengono stilati dei punti chiave. Bene comune vuol dire: dare anima ai modelli relazionali, stare insieme formando una lineare aderenza agli essenziali ed immutabili principi della convivenza umana, educare alla capacità di cogliere il giusto modo con il quale affrontare e comprendere i suddetti principi. Viene fuori un’altra parola essenziale, già analizzata nel convegno ecclesiale diocesano: educare. È indispensabile educare alla tutela della trascendenza umana, alla rigenerazione dei rapporti sociali, ad un conoscere illuminato dalla fede, al dialogo costruttivo, ad una società riconciliata nella giustizia e nella carità, al rispetto per le istituzioni. Tanti capisaldi di una sana coscienza civile e morale, nella quale vediamo unificate la fede e la ragione, la filosofia e la teologia. Scienze da sempre a confronto ed in realtà da sempre parallele e complementari. Bisogna rendere l’altro libero per realizzare il proprio progetto di vita ed armonizzare le differenze. Il relatore ha concluso con un flash che racchiude ogni moralità e che con una giusta interpretazione sarebbe addirittura in grado di formare civilmente: “ comunichiamo il Vangelo in un mondo che cambia”. L’ultimo intervento è quello di D. Tonino Cardillo, assistente AC. “ Spero che la NOSTRA Chiesa possa approfondire la sua coscienza e possa aprirsi al mondo, abbattendo le barriere e costruendo ponti, per sognare e riconquistare la nostra storia, cultura e moralità”, ha affermato e chiudendo: “ dobbiamo unirci nelle diversità”. Mons. Giovanni Ricchiuti conclude la manifestazione affermando che bisogna dare autonomia alle realtà temporali e citando “ Charitas in Veritate” di Benedetto XVI. Un invito oltrepassa ogni dottrina ed ogni logica temporanea e prettamente teorica e si fa speranza per un futuro di gioia in Cristo: bisogna riconquistare la dignità di esseri umani, nella nostra complessità, mettendoci al servizio di una società che ha bisogno di ritrovare un anima.
Merisabell Calitri

Gino-Forenza-4Don Anselmo.

Avrei voluto non parlare per il rispetto dovuto al dolore della famiglia e di ciascuno di noi, ma sarebbe stato un peccato di omissione. La Provvidenza ha voluto che io, all’inizio del mio ministero sacerdotale, vedessi sbocciare questo fiore. Mi è parsa così la sua esistenza. Già andava incontro a Dio con una fede semplice, pura. In questa dimensione andava incontro alla famiglia. Man mano che cresceva ha ricevuto e ha dato ed ha promosso affetti familiari nella sua casa e fuori. Ha dato alla sua nobilissima consorte  amore e ne ha ricevuto. Si è sempre impegnato  per costruire nel dialogo la solidarietà degli affetti, a partire dalla Calabria, dalla Sicilia e qui tra noi fra la gente di Basilicata è sempre andato incontro alla gente con il suo sorriso e con il pensiero positivo che lo ha sempre caratterizzato. Si è messo in cammino nella Chiesa, per la Chiesa, con la Chiesa.

Mai, a memoria di uomo, un funerale è stato celebrato come una festa, come è accaduto oggi caro Luigi, oggi  che il Signore ti ha chiamato, ti ha accolto, ti ha gradito, ti ha consumato nella comunione profonda. Questa cosa così bella, fratelli carissimi, è la nostra fede.

La tua Comunità, Luigi, la tua famiglia, si è stretta intorno a te nel vincolo supremo della pace. Ti ha accolto la tua Chiesa, alla quale tu hai dato nella comunione profonda,  il tuo servizio esemplare.

Oggi noi non piangiamo, eleviamo il nostro pensiero di gratitudine al Signore per il dono della testimonianza di Luigi, celebriamo nella pace dello spirito la sua fede, il suo impegno, il suo amore.

Oggi questa Chiesa attinge da te Luigi, conforto e speranza per andare incontro a Dio in una società disorientata che non ha bisogno di studiosi e di ricercatori, ma di testimoni.

Gino-Forenza-1Cattedrale S. Maria Assunta

Acerenza  -  2 gennaio 2010

 

 

E’ desiderio della mia famiglia esprimere un ricordo di mio padre.

Quando Renato Cantore e Rocco Brancati hanno telefonato chiedendo un profilo per il TG3-Basilicata della RAI, ci siamo ritrovati a dover fare in pochi minuti un resoconto della sua vita a cui non avevamo pensato pur vivendo con mio padre quotidianamente. E’ emersa una lista di svariate attività svolte nell’arco della sua esistenza. Oggi è stato ricordato con affetto il suo impegno nell’Azione Cattolica Diocesana come Presidente. Suo riferimento è stato certamente il Concilio Vaticano II, ma anche encicliche sociali come la “Rerum novarum”. Da sociologo si è impegnato nella società, e credo che la sua formazione nell’Azione Cattolica degli anni ‘50 lo abbia segnato profondamente. Mio padre era nato nel 1933, non ha fatto la guerra, e negli anni ‘50 era un ventenne. Questa esperienza ha lasciato un’impronta che ha segnato anche la sua vita lavorativa.

Negli anni ‘60 si occupa di sviluppo culturale nei programmi della Cassa per il Mezzogiorno, in Calabria a Crotone e in Sicilia a Catania. Poi giunge a Potenza dove apre un centro U.N.L.A. (Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo) la cui biblioteca diventa un riferimento per la città, soprattutto in un momento in cui i giovani ponevano domande e cercavano risposte. Ricordo che a volte a tavola raccontava dei libri che sparivano dagli scaffali, e commentava: “Almeno leggono”. La sua idea era che attraverso la lettura si potesse educare ad una libertà di pensiero e che il seminare fosse la cosa più importante, indipendentemente dalla raccolta. Era convinto che ogni individuo avesse la sua storia e la sua strada da percorrere e maturare. Nella libreria del suo studio si trovava di tutto. C’erano le encicliche, ma anche Marx, Sartre, Maritain, Mounier, Freud. Non vi erano indicazioni di lettura, ma una libera scelta da commentare eventualmente a tavola. Negli stessi anni ‘70 organizzò attività teatrali e cinematografiche, nella parrocchia di don Peppino Nolè (a Potenza) “La settimana del ragazzo”, un’iniziativa interamente dedicata agli adolescenti. Diventa poi Sovrintendente ai Beni Librari per la Regione Basilicata e anche in questa occasione si dedica a un progetto di sviluppo culturale creando e sistematizzando una rete di biblioteche che potesse essere collegata a un circuito telematico nazionale . Operativo di paese in paese, ha creduto profondamente nelle possibilità di crescita di questa regione. Nel 1980, con il terremoto, organizza un gruppo di giovani volontari per il recupero di libri sotto le macerie. In particolar modo, chiesa dopo chiesa, si preoccupa di portare in salvo manoscritti, incunaboli, cinquecentine che, restaurate, saranno parte di una mostra nella Biblioteca Vaticana. Il periodo del terremoto, lo ricordo molto bene, è stato un momento di tragedia ma anche di grande risveglio e presa di consapevolezza da parte dei lucani delle loro forze, dei loro talenti, delle loro possibilità di andare avanti e promuovere sviluppo. In contemporanea c’era per mio padre l’impegno nella chiesa, sostenuto da un amico come mons. Giuseppe Vairo, suo padre spirituale, arcivescovo di Acerenza e poi Potenza.

In questa chiesa lui è stato battezzato, ha celebrato il matrimonio, ha operato come presidente di Azione Cattolica, ed ora è qui… Era molto legato a questa cattedrale che ha una storia importante, ed era orgoglioso di farla conoscere ai suoi colleghi in visita, anche stranieri. E’ un luogo costruito per essere un tempio di Dio, luogo dove poter far macerare, lievitare il ‘tempio dell’uomo’, che è il tempio più difficile da edificare. Io credo che lui nella sua vita abbia tentato di fare questo, ci abbia provato. E quando è sopraggiunta la malattia che ha colpito prima la scrittura, poi la parola, poi gli arti, nella sofferenza ha scelto la vita. C’era il dolore ma lui si è concentrato sull’impulso di vita. Era un cattolico, ed era un cristiano. E il Cristianesimo insegna ad attraversare la sofferenza, che può essere un momento di depressione o autocommiserazione, ma può diventare anche un momento di trasmutazione del proprio sè, può essere un’occasione di maggiore consapevolezza della vera natura dell’essere umano, di maggiore visibilità delle forze che lo animano. E lui ha proprio scelto di vivere fino all’ultimo istante. E sicuramente ora è nella luce, più vivo che mai, perché era convinto che lo Spirito anima la vita materiale.

 

                                                                      Maria Luisa Forenza

Gino-Forenza-3Sintesi dell’Omelia di Don Tonino Cardillo in occasione della celebrazione funebre per la morte di Luigi Forenza, già Presidente Diocesano di Azione Cattolica.

Don Tonino Cardillo.

Fratelli, lasciamoci guidare dalla parola di Dio che abbiamo ascoltato perché possiamo vivere nella Speranza.

Siamo qui come Chiesa Diocesana  per esprimere la nostra gratitudine per quanto Luigi ha fatto tra di noi con azione instancabile come Presidente Diocesano di Azione Cattolica. Questo nostro fratello   ha offerto alla sua Chiesa quanto di più bello aveva nel cuore. Porto alla famiglia ed alla comunità tutta il saluto dell’Arcivescovo che, informato dell’azione intensa di apostolato svolta da Luigi nella comunità diocesana, ringrazia il Signore con noi ed unisce alla nostra la sua preghiera in suffragio di questa anima bella.

Siamo nel clima di Natale ove anche il cuore, spezzato dal dolore, trova la forza di elevare il canto della Speranza: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli” ed implora la pace per Luigi che è stato fra noi un uomo di buona volontà.  Quando eleviamo lo sguardo al Calvario non possiamo non pensare alla sofferenza ed alla morte che ci appartengono come dimensione umana.  La sofferenza e la morte ci pongono delle domande angosciose, ma il Natale di Gesù Cristo è la risposta. Egli ha sconfitto la morte per salvare l’umanità intera. Il calvario e la morte  del nostro fratello rappresenta la partecipazione  di Luigi all’opera di redenzione e di salvezza di Cristo.

“Entrarono   nel sepolcro, videro un angelo del Signore ed ebbero paura, ma  l’angelo annuncia loro che quel Cristo che essi avevano visto trafiggere e morire è risorto.” Fortificati da questo annuncio noi ci stringiamo intorno alla famiglia ed a tutta la comunità di Acerenza che soffre nel dare l’estremo saluto ad uno dei suoi figli. Luigi Forenza  finchè le forze glielo hanno consentito, ha dato alla sua famiglia ed alla comunità diocesana tutto se stesso, la sua intelligenza, il suo cuore,  la sua fede.

Personalmente ricordo, ero giovane allora, quando rimasi affascinato da questa persona generosa che esprimeva nella sua fede e nel suo apostolato la freschezza e l’entusiasmo che il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva suscitato nella Chiesa.

Ora siamo qui tutti uniti nella preghiera e nella speranza, stretti intorno alla sua famiglia, consapevoli con San Paolo che la nostra sofferenza non è vana in quanto è partecipazione attiva e salvifica alla sofferenza di Cristo.

Omelìa per la Messa della Notte di Natale 2009

Nataleblo2

Sorelle e fratelli carissimi,

nel porgervi il mio più cordiale e affettuoso ‘benvenuti!’ alla celebrazione della liturgia eucaristica della notte di Natale, in questa Basilica Cattedrale, in comunione gioiosa con la Chiesa e con le comunità parrocchiali della nostra Arcidiocesi, voglio confidarvi lo stupore e l’ incanto di quella notte prodigiosa, lì a Betlemme, la cui oscurità e il cui silenzio vennero riempiti di luce divina e di voce angelica: “… Vi annuncio una grande gioia… : oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, …. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”(Lc 2,10-13).

Amo sperare che quanti siete qui possiate dirmi: sì, è vero, anche noi siamo stupiti e pieni di meraviglia!

E’ la notte, quella del Natale del Signore, che ha cambiato la storia del mondo, per la quale noi stiamo rendendo grazie a Dio contemplando le sue meraviglie, raccolti intorno alla mensa eucaristica e affascinati dallo sguardo del Bambino Gesù.

La Parola di Dio, or ora proclamata e ascoltata, nella visione profetica di Isaia, nella splendida pagina evangelica di San Luca e nella profonda riflessione dell’apostolo Paolo, ci ha fatto comprendere che i sentieri della storia sono diventati la strada percorsa da Dio, viandante e pellegrino anche Lui, per venire incontro all’umanità e annunciarle la buona notizia della salvezza.

Una salvezza non sbandierata in parole e promesse vane e illusorie, non accompagnata da segni e gesti potenti e trionfanti, non acclamata da folle schiamazzanti e plaudenti: niente di tutto questo!

Al contrario, mentre su Israele incombe la minaccia di un’ invasione devastante e umiliante, in una terribile e drammatica situazione di scoraggiamento e di disorientamento, “il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”(Is 9,1).

Ed ecco la salvezza: “Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”(Is 9,5).

Il profeta Isaia aveva visto bene e aveva guardato lontano, verso un altro bambino e verso un altro figlio, non più e soltanto speranza di Israele nella continuità della dinastia regale, ma speranza di salvezza per tutta l’umanità.

Ma tutto questo accade e avviene in un ‘alloggio’ di fortuna, a Betlemme(la casa del pane) dove Giuseppe e Maria trovano accoglienza e, improvvisamente , per quest’ultima ‘si compiono i giorni del parto’.

Intorno a loro eventi di importanza storica mondiale: Cesare Augusto vuole sapere quanti abitanti ci siano nel suo impero forse nel punto massimo di potenza e di dominio su popoli e nazioni.

Maria compie quei gesti con cui ogni madre, teneramente e delicatamente, accoglie un nuovo bambino: il Suo grembo si apre per dare alla luce il figlio, lo avvolge in fasce e lo adagia in una mangiatoia!

Fratelli e sorelle, fermiamoci un momento e sgraniamo i nostri occhi, come bambini davanti al presepio, per cercare di comprendere l’incomprensibile, di vedere l’invisibile e di toccare con mano “la grazia di Dio apparsa e portatrice di salvezza a tutti gli uomini”(Tt 1,11).

Sì, perchè quel bambino, Gesù, è il Figlio di Dio, è il nostro Salvatore: la sua divinità nella nostra umanità, la nostra umanità nella sua divinità, la sua e la nostra storia compenetrate l’una nell’altra, Lui non estraneo a noi, noi non estranei a Lui.

Tra qualche momento, alla proclamazione della professione di fede, ci inginocchieremo e diremo ancora una volta: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”.

La Parola di Dio dunque ha generato questa verità su Dio e sull’uomo nell’evento dell’ Incarnazione che i Padri della Chiesa hanno descritto nelle mirabili e profonde pagine dei loro scritti sorprendentemente attuali anche per noi cristiani di questo tempo, chiamati ad essere testimoni e annunciatori di quella verità.

“La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse nel seno di una madre. La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna. La Verità che alimenta incorruttibilmente la beatitudine degli angeli è sorta dalla terra perché venisse allattata da un seno di donna. La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo. Ridéstati, uomo: per te Dio si è fatto uomo.”(2)

“Riconosci, cristiano la tua dignità….. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. ….Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole…. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo”.(3)

Nella cultura del nostro tempo, non ovviamente in tutta, provvidenzialmente, tentata dal vivere il presente e dal progettare il futuro a prescindere da Dio, come se Dio non ci fosse, in una autoreferenzialità e in un delirio di onnipotenza in forza delle quali il credere in Dio sarebbe, per l’uomo, un segno di debolezza e la rivelazione biblica del Dio-Bambino, ancor peggio, una ’favola’ da raccontare ai fanciulli, siamo chiamati, come credenti, ad affermare che la Fede non è ridurre Dio allo schermo dietro il quale ci nascondiamo per paura di affrontare la vita o all’illusorio Salvatore che, sottraendoci alla nostra responsabilità, costituisca la risposta alle nostre domande e la soluzione dei nostri problemi.

Il Natale del Signore, al contrario, mette in luce la sconfinata passione di Dio per la sua creatura umana svelandole, allo stesso tempo, quale sia il senso pieno del nascere e del morire, del gioire e del soffrire, del cercare e dello scoprire, del pensare e dell’ amare, del donare e del ricevere.

In un’epoca poi, come la nostra, crocevia di fedi e di religioni, e ce ne accorgiamo anche nelle nostre piccole comunità, la celebrazione di questa festa è per noi, cristiani, motivo per indicare la novità, l’unicità e l’originalità rappresentate dalla nascita di Gesù: è il Figlio di Dio inviato dal Padre a salvare l’umanità, è il Messìa di pace e di giustizia, è l’approdo sicuro di chiunque cerchi Dio con sincerità e con buona volontà, è l’Amico dell’uomo che gli viene incontro e cammina al suo fianco.

Il Concilio Vaticano II° a questo proposito afferma: “La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo nelle religioni non cristiane. Essa però annuncia, ed è tenuta ad annunziare, il Cristo che è ‘via, verità e vita’(Gv 14,6) in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a Se stesso tute le cose”.(4)

E’ Gesù Cristo, luminoso mistero di INCARNAZIONE, il Testimone del progetto salvifico di Dio.

Ma questa notte e questo giorno di Natale, pur così belli e gioiosi nella contemplazione dell’Emmanuele, il Dio-con-noi, e così unicamente suggestivi per i sentimenti di bontà, di solidarietà e di com-passione che sanno far fiorire nei nostri cuori verso i tanti nostri fratelli e sorelle, che sono nella sofferenza e nel dolore,

non possono ridursi a emozioni passeggere e a colpevoli silenzi di coscienza.

Non per cedere al pessimismo, carissimi, ma molte domande affollano la mente in riferimento alle vicende di questo nostro mondo:

c’è ancora posto per la speranza, se le previsioni del futuro non promettono nulla di buono?

Quando ritorneremo ad essere custodi della terra, se continua a prevalere la logica del possesso e dell’abuso di essa e delle sue risorse a danno dell’ umanità?

L’accoglienza ed il rispetto della vita, un valore spesso assediato e minacciato, troveranno ancora uomini e donne disponibili a riconoscerla come dono e a servirla?

Quando verrà la pace, se ancora sentiamo parlare di ricorso alle armi giusto e necessario, in un anacronistico e terrificante ritorno dell’antico ‘se vuoi la pace, prepara la guerra’?

I deserti della fame e della miseria, dell’ingiustizia e della prevaricazione, attraversati da popoli in cerca di dignità, torneranno a fiorire, se i paesi dell’opulenza e della ricchezza non promuoveranno progetti di solidarietà e di giustizia?

E volgendo lo sguardo in casa nostra non mancano preoccupazioni e problemi gravi.

Il nostro pensiero va a quanti, negli ospedali, nelle case per gli anziani, nei centri di accoglienza dei diversamente abili, nelle famiglie in difficoltà, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro soffrono, attendono e sperano in un futuro di fiducia e di maggiore serenità.

Un futuro che in modo particolare tocca i bambini, i ragazzi e i nostri giovani perché crescano, guidati dai loro genitori e dagli altri educatori, sani e santi, ‘in età, in sapienza e in grazia’, docili e responsabilmente liberi e perché i loro sogni e i loro progetti trovino realizzazione in una società che dia loro lavoro e dignità.

Nella celebrazione dell’Eucarestia, che ora andiamo a continuare, le domande, i pensieri e le preoccupazioni diventino una personale e comunitaria ‘lettera al Bambino Gesù’ che, ne siamo certi, ci risponderà regalandoci speranza, amore, impegno di carità, capacità di perdono e di comprensione, disponibilità a lasciarci avvolgere, come i pastori di Betlemme, dalla luce per alzarci e metterci idealmente in cammino per vedere ancora una volta, con gli occhi della fede, l’avvenimento preparato dal Signore.

“E’ questo l’augurio che faccio a tutti: che sentano un vagito di bontà nel loro cuore…. Questo Natale sia la pasqua dei fragili”, scrisse la grande poetessa Alda Merini, deceduta qualche mese fa, e ricordata ieri sulla prima pagina di AVVENIRE.

Il versetto del Salmo Responsoriale: “OGGI E’ NATO PER NOI IL SALVATORE” diventi, fratelli e sorelle, sulle nostre labbra il canto quotidiano della gioia e della certezza che non c’è salvezza se non in un Dio che si è incarnato per amore, che ci ha amato fino a morire, che è morto per darci la vita ed è risorto perché ci vuole eternamente felici con Lui.

Vi auguro un Santo Natale e giorni natalizi sereni e gioiosi! AMEN! COSI’ SIA!

Acerenza, 25 Dicembre 2009

+ Giovanni Ricchiuti

Arcivescovo di Acerenza

NataleormeCarissimi fratelli e sorelle,

desidero innanzitutto porgere a ciascuno di voi e a tutti voi, sacerdoti, religiose, genitori, giovani e ragazzi, i miei più gioiosi e fraterni auguri per un Natale colmo di speranza e per un 2010 ricco di giorni di pace!

Sicuramente vi state preparando anche quest’anno, ringraziando il Signore, a trascorrere le feste natalizie nelle vostre comunità parrocchiali e nelle vostre case: vi invito ad un’intensa partecipazione alle liturgie e, intorno al presepe famigliare, vi auguro momenti di serena intimità.

Senza dimenticare gli anziani, i sofferenti nel corpo o nello spirito, i poveri e i bisognosi: a loro, in particolare, giunga il mio e il vostro più affettuoso pensiero pieno di preghiera e di fiducia.

Veniamo da giorni e viviamo vicende, in Italia e nel mondo, che sembrano remare contro la fiducia e contro la speranza in un clima di esasperato conflitto tra popoli e nazioni, di relazioni interpersonali che non lasciano molto spazio alla condivisione e alla solidarietà, di rifiuto e di emarginazione dello ‘straniero’, di una giustizia e di una pace che invece di abbracciarsi sembrano allontanarsi sempre più l’una dall’altra.

La bellezza della vita, la centralità della persona umana, la tutela dell’ambiente, la politica, l’economia, il lavoro: dovrebbero, queste tematiche, affascinare, offrire momenti di dialogo e di confronto costruttivi, promuovere la ‘convivialità delle differenze’ e affrettare il cammino dell’umanità verso un futuro meno drammatico e più sereno.

Ma, anche intorno a questi temi e lungo questo cammino, spesso si è gli uni contro gli altri, ci si contrappone e non se ne discute serenamente e ragionevolmente, con le conseguenze negative che sono davanti ai nostri occhi.

E’ dunque, quello che stiamo vivendo, un tempo che provoca una domanda e invoca una risposta che interpellano le nostre coscienze e alle quali in un modo tutto particolare noi cristiani, discepoli del Signore e portatori nella storia della Buona Notizia(il Vangelo), non possiamo sottrarci.

Per non cedere alla tentazione, vinti dalla stanchezza e dallo scoraggiamento, di fermarci lungo la strada e di addormentarci, intiepidendo la nostra fede, chiudendoci all’amore e rinunciando alla speranza.

Sì, carissimi amici, condivido con voi la domanda provocatoria che già il profeta Isaia, molti secoli prima della venuta di Gesù Cristo, in un momento difficile per il popolo di Israele, formula con queste parole: “Sentinella, quanto resta della notte?”(Is 21,11), là dove la notte diventa metafora di questa nostra storia così confusa e complessa, priva di punti di riferimento e generatrice di disorientamento e paura.

Non sono forse questi i pensieri che tante volte attraversano la nostra mente, che animano i nostri ragionamenti, che influenzano negativamente slanci ed entusiasmi?

Ed ecco la rassegnazione prendere il posto dell’attesa paziente e operosa, la chiusura in sé stessi che intristisce e crea solitudine, le scelte di vita e i comportamenti dannosi per sé e per gli altri.

Ma, “la sentinella risponde: viene il mattino, poi anche la notte: se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!”(Is 21,12).

Dunque, la notte ha un termine, non è eterna, deve passare per lasciare il posto alla luce: così è avvenuto e avverrà ancora per la notte o le notti dell’umanità.

In che modo?

La risposta è nell’evento dell’Incarnazione, nel gesto di amore di Dio che si fa incontro all’uomo in quel Figlio e in quel Bambino, di cui ci ha fatto dono, rivestito totalmente della nostra carne e dimorando, Lui che è il principio e la fine di tutto, nel tempo e nello spazio.

Questo è, carissimi fratelli e sorelle, il senso più profondo e più vero del NATALE per noi, cristiani, prima di tutto, perché possa diventare professione di fede, testimonianza di carità e portatore di speranza.

Riapriamo i nostri occhi allo splendore della nascita del Salvatore, risvegliamoci dal torpore e dalla pigrizia e riprendiamo il cammino in compagnia del Dio-con-noi.

Sant’Agostino scrive: “…….La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo.

Ridèstati, uomo: per te Dio si è fatto uomo!”(Sermone, 185)

Buon Natale, fratelli e sorelle!

Vi abbraccio e vi benedico!

Acerenza, 16. XII. 2009

Vostro
+ don Giovanni, Arcivescovo

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